Lo tsuki e l’efficacia
Dopo anni di dedizione assoluta alla pratica del Karate, Shigeru Egami si ritrova a mettere in discussione i pilastri su cui aveva fondato il suo allenamento. La sua profonda crisi non è superficiale: riguarda i fondamentali, le tecniche stesse. Due in particolare emergono con chiarezza nel suo percorso di revisione: lo tsuki – il colpo di pugno – non è realmente efficace, e l’uso intensivo del makiwara potrebbe addirittura essere dannoso.
Questo momento di rottura, che per altri sarebbe stato fonte di sconforto, per Egami diventa il punto di partenza di una nuova esplorazione. E questo nonostante il fatto che, al tempo, la sua tecnica di tsuki fosse considerata un modello assoluto all’interno dello Shōtōkan. Come ricorda Shōzan Kuboda, Egami era ritenuto “il miglior allievo di Gichin Funakoshi”, e i suoi colpi erano ritenuti esemplari da tutti gli altri studenti.
Ma Egami non si accontenta del consenso. È inquieto, tormentato da un dubbio sincero e radicale: lo tsuki è davvero efficace, al di là della forma e della teoria?
«Sono stato colto da un dubbio sull’efficacia del mio tsuki. Quando ho pensato “forse non è efficace”, sono stato preso da una grande angoscia. […] La maggior parte delle persone ripeteva che esiste uno tsuki che uccide con un solo colpo. Ma mi sembrava che credessero ciecamente, soffocando i propri dubbi. È evidentemente difficile provare l’efficacia contro il corpo umano.»
Per cercare risposte, Egami inizia una serie di esperimenti empirici. Prova a rompere materiali diversi – tavole, mattoni, tegole – ma resta insoddisfatto. La resistenza di un corpo umano non è paragonabile a quella di oggetti inanimati. Decide allora di fare qualcosa di estremo: sottoporsi lui stesso ai colpi, per analizzarne la reale efficacia. Invita praticanti di ogni disciplina – karateka, pugili, kendoka, judoka – a colpirlo con tutta la forza. Il risultato è sconvolgente:
«Il colpo più penetrante era quello dei pugili. Ho dovuto constatare che lo tsuki del Karate era il meno efficace. Più una persona aveva praticato il Karate con serietà, meno il suo tsuki era efficace.»
Un’affermazione coraggiosa, che Egami non teme di scrivere nero su bianco, pronto a mettere in crisi anni di credenze consolidate. Nonostante la sua salute già fragile – soffriva fin da giovane di problemi gastrici – si espone a una raffica di colpi all’addome. E anche se non abbiamo la certezza scientifica, non è improbabile che questa pratica abbia aggravato il suo stato di salute, compromettendo ulteriormente gli organi interni con microtraumi ripetuti. Ma Egami non si ferma alla constatazione dell’errore. Cerca nuove vie, nuove modalità di esecuzione del colpo. Si interroga sul rapporto tra forza fisica e reale efficacia, e approda a una comprensione più profonda:
«Per dominare la preoccupazione di essere inefficace, ho ricercato diversi modi di tirare uno tsuki […]. Ho finito per concludere che la tecnica del Karate deve implicare una concentrazione: prima fisica, poi mentale. […] La cosa più importante è la concentrazione mentale.»
Questa nuova consapevolezza lo conduce a un’altra rivelazione fondamentale. Aveva confuso per anni la durezza con la forza. Aveva inasprito e irrigidito il corpo, convinto che fosse la via per colpire con maggiore potenza. Ma in realtà, questa tensione era ciò che bloccava il movimento e riduceva l’efficacia.
«Indurire il corpo equivale a bloccare il movimento. Questo è un errore fondamentale. Ho dovuto cominciare con il massaggiare e sciogliere il corpo, che avevo indurito nel corso di tanti anni di sforzi.»
Inizia così per Egami un nuovo percorso, una rinascita tecnica e interiore. Riparte da zero, abbandonando ogni formalismo e cercando movimenti spontanei, naturali. Riscopre le parole del suo Maestro Funakoshi: “non andare mai contro natura.” In questa semplicità ritrova la vera potenza del colpo.
«Un vero colpo mortale è una concentrazione di forza in un solo punto. In altri termini: versate la totalità del vostro essere nel corpo dell’avversario. L’efficacia cambierà mediante lo stato di spirito. […] Bisogna acquisire uno tsuki naturale.» Questo è il cuore del messaggio di Egami: non basta imitare la forma, né accumulare forza fisica. Occorre ritrovare l’unità tra corpo, mente e spirito. Solo così il Karate può tornare ad essere la via – e non solo una tecnica.
Fonti principali:
- Kenji Tokitsu, Storia del Karate – La via della mano vuota, Luni Editore, 2001.
