Shōtōkai

Il Tōate, il colpo a distanza

«Se qualcuno attacca me, me che sono così malato, morirà.»
Con queste parole, Shigeru Egami introduce uno degli aspetti più misteriosi e controversi del suo cammino: il Tōate (当て), un modo di colpire che non si basa sul contatto fisico, ma sulla proiezione a distanza dell’energia.
Il termine Tōate può essere tradotto come “colpire a distanza” o, letteralmente, “urtare la distanza”. Una definizione suggestiva, che richiama l’idea di uno tsuki capace di colpire come un proiettile invi. Nel suo lungo cammino, Egami ha trasformato radicalmente il proprio modo di colpire. Dopo aver abbandonato l’irrigidimento del corpo, il makiwara e l’ossessione per la forza fisica, ha affinato il tsuki fino a renderlo quasi immateriale. Eppure, incredibilmente, più efficace.

«Sono arrivato a proiettare la forza partendo da lontano, senza toccare il corpo dell’avversario.»

Questo tipo di colpo non è pensato per ferire. Non provoca dolore. Al contrario, chi lo riceve descrive una sensazione benefica, simile a una scarica elettrica leggera, che attraversa il corpo come un’onda di benessere. Un’esperienza di fusione più che di opposizione. Questa visione “energetica” del colpo è stata raccolta e sviluppata da Hiroyuki Aoki, allievo diretto di Egami e fondatore dello Shintaidō (新体道), “La nuova via del corpo”. Più che un’arte marziale, lo Shintaidō è una disciplina del corpo e dello spirito, che fonde elementi del Karate, della cultura occidentale, del Cristianesimo e dell’espressione artistica. L’allenamento nello Shintaidō è profondamente trasformativo. Consiste nella ripetizione di movimenti semplici, con il corpo rilassato, fino a raggiungere uno stato di fatica che dissolve la coscienza ordinaria. L’Io si indebolisce, e in quel vuoto emerge qualcosa di più autentico: la percezione pura, l’intenzione profonda, la sensibilità all’altro.

Si lavora spesso in coppia. I movimenti sono minimi, il contatto leggero. Ma è proprio in questo spazio rarefatto che si sviluppa una forma sorprendente di comunicazione non verbale, energetica. Quando i due praticanti si allontanano e uno esegue un gesto, l’altro — estremamente sensibile — reagisce spontaneamente, come se fosse stato colpito, pur non essendoci stato contatto fisico.

A un osservatore esterno, il Tōate potrebbe sembrare una messinscena. Ma non si tratta di un colpo teatrale o di suggestione. Si tratta di una diversa concezione della relazione tra corpi e intenzioni.
Nel combattimento tradizionale, due energie si scontrano. Nel Tōate, invece, le energie si armonizzano. Non vi è opposizione, ma fusione. Non c’è dolore, ma connessione. Non è la forza a prevalere, ma la presenza, la capacità di entrare in risonanza con l’altro.

Ecco perché il termine Tōate — che evoca un urto — risulta forse fuorviante. Perché qui non si “urta” nulla. Si attraversa. Si vibra insieme. Il Tōate, seppur relegato ai margini delle arti marziali “ufficiali”, merita attenzione per le sue implicazioni psicofisiche. Rappresenta una via alternativa, sottile, a tratti invisibile, ma concreta, per accrescere la sensibilità, il benessere e la consapevolezza.

Shigeru Egami non è arrivato a questa pratica per caso. È il frutto di una vita dedicata alla ricerca, anche attraverso esperienze estreme. Dopo aver vissuto una esperienza di premorte, Egami afferma di vivere e praticare con una nuova consapevolezza, come se fosse “già morto una volta”.Nella cultura giapponese, come nel Buddhismo, la vicinanza alla morte non è un punto finale, ma un’apertura. Una soglia verso la comprensione profonda della vita e dei suoi fenomeni. L’ascesi, il lavoro estremo su corpo e spirito, diventa allora un mezzo per toccare l’universale attraverso la pratica quotidiana.

Il Tōate, e più in generale la pratica come la intende Egami, si colloca in quella zona rarefatta in cui l’arte marziale smette di essere un semplice esercizio fisico per diventare una forma di arte e di realizzazione spirituale.

«Il Dō conduce proprio a questo: approfondire la qualità e la capacità di fare qualsiasi cosa attraverso il corpo, per elevare il nostro livello spirituale. Il lavoro sullo spirito passa comunque sempre attraverso il corpo.»

Non si tratta più solo di colpire, difendersi o vincere. Si tratta di trasformarsi, di rivelarsi, di superare i limiti dell’ego per entrare in un’armonia più ampia — con l’altro, con l’ambiente, con la vita stessa.

Shigeru Egami, con il Tōate e con l’intero suo percorso, non ha solo trasformato il Karate. Ha indicato una via — difficile, spesso incompresa — verso una dimensione più alta dell’essere umano. E ci ha lasciato un interrogativo che ancora oggi vibra:

Che cosa può diventare un’arte marziale, quando smette di essere solo lotta… e diventa una via per conoscere se stessi e il mondo?

Fonti principali:

  • Kenji Tokitsu, Storia del Karate – La via della mano vuota, Luni Editore, 2001.

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