Alle origini di quello che possiamo chiamare il “Karate moderno”, l’allenamento era esclusivamente finalizzato allo studio del kata ed alla pratica con il bersaglio imbottito di paglia. 

Una maggiore importanza era data inoltre all’allenamento interiore dello spirito attraverso l’allenamento del corpo. Il combattimento venne introdotto più avanti con la selezione ed applicazione di certe tecniche di kata  ed in seguito adottato come forma di pratica vera e propria. Si racconta che, prima che ciò avvenisse, i maestri dei vari dojo allenassero segretamente, i migliori allievi di kata, al combattimento. In ogni caso in origine il combattimento era una metodologia di allenamento e non una gara. Va sottolineato inoltre che, in tempi antichi, ciò che noi consideriamo una competizione, era uno scontro mortale; volendo ricercare la via del guerriero BU DO, la gara aveva il significato di una lotta sino alla morte di uno dei contendenti. Strada facendo il significato è cambiato molto e le gare che si svolgono oggi sono lontane da quello che è lo spirito del karate. 
Non si è sicuri della data certa, ma fu intorno ai primi anni ’30 che si sviluppò il combattimento prestabilito yakusoku kumite e pochi anni dopo il combattimento libero  jiyu kumite.  E’ da sottolineare che inizialmente il combattimento libero era bandito dai dojio, molti karateka furono infatti espulsi dai loro dojo per tale motivo. Vi erano tre tipi di combattimento prestabilito:

 

1.      Gohon Kumite : consisteva in cinque attacchi consecutivi di tzucki, stabilendo precedentemente il tipo di attacco; jodan se alto, chudan se medio

2.      Sanbon Kumite : consisteva i tre attacchi consecutivi ed i più chi si difendeva tentava allo stesso tempo di incutere timore. Colui che attaccava doveva quindi evitare che i suoi colpi fossero parati.

3.      Ippon Kumite : l’esercizio successivo era il combattimento singolo. In questo caso la posizione assunta era diversa, entrambi assumevano una posizione bassa ed era prestabilito chi attaccava e chi difendeva. Colui che attaccava doveva cercare una posizione favorevole per attaccare, mentre allo stesso tempo il difensore doveva cercare di non rivelare un’apertura. La posizione basa era faticosa ma rendeva più facile il balzare avanti e dal punto di vista di colui che difendeva, rendeva il bersaglio più piccolo. 

Oggi si pratica un solo tipo di combattimento: il combattimento singolo prestabilito: Yakusoku Ippon Kumite. Il metodo attuale e quello passato di praticare il combattimento singolo sono praticamente identici, nel senso che il colpo deve essere parato con un certo numero di tecniche differenti. In ogni caso nel modo attuale di praticare kumite, è possibile ferire l’avversario sebbene il colpo non sia efficace. Durante l’allenamento, quando si lancia uno “Tzuki”, è necessario essere in movimento e se ci si muove dopo aver visto l’avversario muoversi, sarà troppo tardi… per muoversi contemporaneamente con l’avversario è necessario sentire le sue intenzioni. 
Un metodo per allenare la percezione delle intenzioni dell’avversario, è quella di allenarsi a percepire i comandi del maestro. Appena comincia il comando si deve essere già essere in movimento, il comando finisce, si deve aver già terminato di eseguire la tecnica.  Ancora migliore risulta la difesa nello stesso istante del comando o, come diceva il Maestro Egami, “… nello stesso istante, senza una differenza di tempo dello spessore di un capello.” Per arrivare a questo è necessario essere calmi, tranquilli e liberare la mente. Nello Shotokai l’attacco deve essere efficace, allo scopo di studiare efficaci difese. Ad esempio uno tzuki chudan, come del resto tutti gli attacchi, va portato oltre il bersaglio, conseguentemente qualsiasi sia la parata, se non eseguita correttamente, porta a ricevere un colpo al plesso solare.
Chi attacca deve esercitare la sua concentrazione e comunicazione in modo tale da far aderire il suo spirito a quello dell’altro. Spesso l’errore che si commette è quello di concentrarsi troppo sul fatto di eseguire una buona tecnica di attacco evidenziando il più delle volte errori percepiti nella partenza dal difensore. Allo stesso tempo colui che si difende, oltre che eseguire una buona e profonda tecnica di difesa, deve intuire qualche cosa che si evidenzia nel suo avversario, la sua intenzione di attaccare. E’ importante che l’attaccante non stabilisca la partenza; il suo attacco invece deve scaturire da una profonda comunicazione intesa ad avvertire un “vuoto” nell’altro, una distrazione o un qualsiasi segnale di cedimento spirituale. Allo stesso modo chi si difende è intensamente concentrato a non dare la possibilità al suo avversario per un potenziale attacco. Ad ogni modo in un perfetto lavoro di unione non vi deve essere una divisione dei ruoli. Nel momento che si cerca l’armonia con il compagno, l’azione non deve essere causata solo da uno dei contendenti, ma vi deve essere una sincronia dei movimenti. Questo lavoro di unificazione porta al risultato che ognuno dei contendenti si porta a disposizione dell’altro pronto a percepire ogni cambiamento e di conseguenza agire contemporaneamente. Questa comunicazione verso l’altro è quindi fondamentale; è da qui che scaturisce l’azione, la tecnica, un attacco efficace e quindi un’altrettanto efficace difesa.
Si raggiunge questa comunicazione solo nel momento in cui la nostra mente è tranquilla e fisicamente disponibili percependo i movimenti del nostro avversario, persino il suo respiro. La concentrazione della mente e del corpo sono fondamentali, la mente deve essere assolutamente vuota,… non ci sono né vincitori né vinti.
Nei tempi antichi quando si affrontava un qualsiasi avversario, bisognava trovarsi in uno stato mentale in cui la vita e la morte sono irrilevanti, non bisognava pensare né alla vittoria né alla sconfitta. Affrontare un avversario significava farlo a mente vuota, la mente non doveva essere attraversata da nessun sentimento quale paura o odio, il pensiero non aveva valore bisognava solo agire.

Come sosteneva il Maestro Egami:

 

”… una mente calma e flessibile, un corpo agile e movimenti rapidi: questi sono i prerequisiti di un karateka. Per ottenerli, dovete esercitarvi nei fondamentali e nei Kata. Approfondendoli acquisterete ritmo, anticipo, distanza, respirazione e il fluire dell’energia vitale."


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