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È una lingua particolare la cui origine rimane ancora misteriosa.
Sembra molto difficile impararla, ma vale la pena visto che è già la
seconda lingua più usata in pagine Web, dopo l'inglese (secondo una
statistica del sito "Motori di ricerca" www.motoridiricerca.it
)
Qui sotto vorrei descrivere alcune delle sue caratteristiche in un modo
molto semplice.
Contesto e particelle
Il giapponese, collegato molto strettamente al contesto, riflette
spesso i rapporti umani del parlante. Perciò si osserva un sistema
complicatissimo di modi di parlare cortesi cambiando persino vocaboli.
Poi, nelle conversazioni bisogna seguire i pensieri soggettivi del
parlante, forse più che fatti obiettivi. Questo si osserva nella
conversione della risposta alla domanda negativa. Uno chiede: "non
vuoi mangiare ?", e se è proprio così, allora dovremmo dire di sì,
perché l'intuito del parlante è corretto. A rivelare il percorso di
pensieri e sentimenti del parlante ci sono anche diverse particelle. Ad
esempio, per ammorbidire il tono dando una certa familiarità si
aggiungono "ne" e "yo" alla fine della frase. Ma
quelle più difficili da comprendere per gli stranieri saranno "wa"
e "ga".
La differenza delle particelle "wa" e "ga" si
dovrebbe capire in relazione al contesto, non soltanto in una singola
frase. La prima rappresenta semplicemente l'argomento di cui vuole
parlare il parlante, magari volendo approfondirlo nel discorso seguente.
Perciò, una frase iniziale da sola con "wa" può dare
l'impressione di un'incompletezza, di una sospensione, lasciando spazio
ad altre possibilità. E qualche volta assume un senso negativo. Oppure
la usiamo per confrontare qualcosa elencando diverse frasi, quindi,
cambiando ogni volta l'argomento.
-
Watashi wa Roma ni
yukimasu. (Io vado a Roma.)
-
Watashi ga Roma ni
yukimasu. (Io vado a Roma.)
-
Watashi wa kotoshi wa Roma ni wa
yukimasenn. (Io, quest'anno, non
vado a Roma.)
Il primo esempio non parla di altre persone, ma esprime solamente
l'intenzione del parlante, e può darsi che continui a dire ancora
qualcos'altro di se stesso. Altrimenti sta facendo paragoni con altre
persone.
Invece nella seconda frase viene detto che è proprio il parlante a
andare a Roma , non altri. Qui sono escluse altre possibilità
d'interpretazione. Poi, "ga" è meno legata alle frasi
successive. Perciò in un dizionario in cui bisogna definire parole in
modo sintetico si usa principalmente questa particella.
"Wa" può occupare diverse posizioni nella frase, non solo
subito dopo il soggetto. Ma se ripetuto, assume una sfumatura negativa.
L'ultima si traduce: "Quest'anno non vado a Roma." In
giapponese il verbo si trova spesso alla fine della frase, sia in forma
positiva che negativa. Ma in questo caso, sentendo ripetere "Wa",
si può intuire già cosa si intende dire.
State attenti a non considerare queste due particelle semplicemente come
il verbo "essere" dell'italiano !
Espressioni educate
(Keigo)
Esistono tre forme per mantenere una certa distanza con le altre
persone:
-
La formale
(Teineigo): si usa in conversazioni con persone
sconosciute o da rispettare, spesso con le altre due forme seguenti.
Consiste principalmente nel finale di frase come: "...desu"
e "...masu". E in domande "...desuka ?" e
"...masuka ?".
Quindi, la frase semplice "Pann o taberu" diventa "Pann
o tabemasu." ( Vuol dire "mangiare un pane". I verbi
giapponesi non si coniugano secondo la persona grammaticale. Bisogna
vedere il contesto. )
-
La cortese
(Sonnkeigo): quando si tratta di qualche azione di una
o delle persone da rispettare, si usa un verbo particolare.
Ad esempio, al posto di "taberu"(mangiare), verbo per
qualsiasi persona, si dovrebbe usare "meshiagaru" per
"Lei" o "Voi". In combinazione con la forma 1)
diventa "meshiagarimasu".
-
La forma di modestia
(Kennjougo): per descrivere qualche azione di
se stessi o delle persone vicine in confronto di una sconosciuta o
da rispettare, viene scelta un'altra espressione.
Ad esempio, il verbo corrispondente a "taberu" di questa
forma è "itadaku". Insieme alla 1) si trasforma in "itadakimasu".
Nomi senza numero e genere
Non esistono né l'articolo né il genere dei nomi, e i nomi comuni
non esprimono il numero. Quindi, la parola "kodomo" significa
in italiano un bambino, una bambina, dei bambini e delle bambine. Per
chiarire il numero, ci sono vari modi di contare. I libri, ad esempio,
si contano con l'unità "Satsu". Invece le persone, "nin";
e le automobili, "dai". Ma la pronuncia cambia a volte secondo
il numero che precede.
Ad esempio i gatti, li contiamo: "ippiki" (uno), "nihiki"
(due), "sannbiki" (tre)....
Al contrario, i pronomi della seconda persona cambiano insieme al modo
di parlare, secondo la situazione, il sesso e l'età del parlante e
degli ascoltatori. Anche qui sono i rapporti umani che determinano la
lingua da usare.
Descrizioni di suoni e movimenti
È una lingua ricca di espressioni onomatopeiche per lo stato delle
cose, per i movimenti e i suoni. Funzionano come un avverbio per dare
vivacità ai racconti.
Ad esempio, "korokoro" descrive il rotolare di qualcosa
relativamente piccolo. Nella frase "Omusubi ga korokoro korogaru",
Omusubi vuol dire una o più palline di riso, e korogaru, rotolare.
Quindi "Omusubi ga korogaru" viene tradotta "una o più
palline rotolano." Ma non so come si dice in italiano "korokoro".
Quando piove forte, si dice "Ame ga zaazaa furu", e il suo
significato è in fondo uguale a "Ame ga furu". "ame"
è la pioggia, "furu", "cadere" in questo caso.
È foneticamente semplice.
Per capirne la pronuncia ci aiuterà introdurre il concetto della
battuta: una lunghezza omogenea in cui vengono pronunciate una vocale o
una combinazione di vocali con una o più consonanti. L'unica eccezione
è (nn),
da usare da sola con la durata di una battuta. Sarà meglio considerarla
come una vocale speciale. Ad esempio, la parola inglese "icecream",
formata da due sillabe, diventa in giapponese "a-i-su-cu-ri-i-mu"
in sette battute !
State attenti, però, a mantenere omogenea l'emissione del fiato durante
la pronuncia. Cambia solo la nota come in una musica.
La scrittura
Ci sono due sistemi diversi: Ideogrammi cinesi e
Kana. Il primo,
"Kannji", fu adottata forse nel primo secolo dopo Cristo,
quando c'era la dinastia degli Han che si chiama in Giappone "Kann",
e si diffuse insieme all'introduzione della cultura continentale.
Inizialmente gli ideogrammi si pronunciavano quasi come in Cina
(pronuncia "Onn"). Ma più tardi si sovrapposero nella lettura
parole giapponesi di significato corrispondente al carattere (pronuncia
"Kunn"). Perciò un solo ideogramma può avere diverse
pronunce. Ad esempio,
si pronuncia una volta KI (Kunn, il suono sovrapposto agli ideogrammi
dai giapponesi), e una volta MOKU (Onn, il suono simile a quello
originale). Sono stati calcolati 1.945 Kannji d'uso quotidiano secondo
il Ministero dell'istruzione pubblica (1981). Per leggere giornali, però,
si dice che bisogna saperne più di tre mila.
Invece Kana , gli alfabeti fonetici, furono creati nell'epoca Heiann,
attraverso la semplificazione degli ideogrammi. Ma non esiste un
carattere che esprima solo una consonante tranne la NN ( ).
Oggi ci sono due tipi di Kana: "Hiragana" e "Katakana".
Kannji è usato soprattutto per scrivere nomi, una parte di aggettivi e
di avverbi. Hiragana per particelle e il resto. Katakana, infine, per
parole straniere. Siccome non si lascia uno spazio fra elementi
grammaticali, questa regola serve a comprendere più facilmente il
giapponese scritto.
La direzione tradizionale della scrittura è dall'alto verso il basso
in righe verticali da destra a sinistra. Ma è possibile scrivere anche
come in italiano: da sinistra a destra in righe orizzontali.
Come punteggiatura si usano Kutenn e Toutenn ( )
come il punto e la virgola. Le parole riportate vengono messe spesso fra
i due segni
al posto di due virgolette.
I tempi
Lo schema di "passato - presente - futuro" non si può
applicare sempre, ma in tanti casi si osservano i due criteri seguenti:
-
già accaduto, nato, apparso.
-
non ancora accaduto, prima di nascere o di apparire.
Vediamo qualche esempio:
Il verbo infinito "taberu" si usa anche così ogni tanto,
senza verbi ausiliari, e vuol dire "mangiare" nel tempo 2. Ma
rimane come un concetto astratto, un discorso generico (a), e quando
assume un senso più specifico a causa di altre parole o del contesto,
indica un'azione prevista o un'intenzione (b).
La forma "tabeta" significa che è già compiuto (1). In
questo caso l'espressione ha in sé una certa concretezza, perché
l'azione è stata compiuta in un momento concreto da qualcuno con
identità concreta.
Poi, quando lo coniughiamo in "tabete" aggiungendogli dopo
"iru" ("iru" è uno dei pochi verbi speciali che
rappresenta una continuità ininterrotta, equivalente al
"presente" ), allora "tabeteiru" significa "
ripetere l'azione di mangiare", quindi, "stare
mangiando". Visto così, l'apparente presente dei verbi è in realtà
un'integrazione del tempo al punto 1.
Invece le eccezioni sono, ad esempio, "iru" e "aru".
Avendo a che fare direttamente con l'esistenza, si traducono in italiano
"esserci", "stare" o "esistere". Si usano
da soli per riferire di una cosa presente, o con altri verbi come
abbiamo visto. |
Discussioni sulla scrittura
Attorno alla Riforma di Meigi (1867), si aprirono discussioni
vivaci sulla scrittura giapponese fra intellettuali e imprenditori che
volevano diminuire il peso dello studio degli ideogrammi e aumentare
l'efficienza dei lavori amministrativi.
Ritenevano che la numerosità e la complicatezza della pronuncia degli
ideogrammi fossero un grande ostacolo per la modernizzazione del
paese.
Yoshitarou Yamamoto (1871-1923), ad esempio, dopo diversi incarichi di
diplomatico e amministratore delle imprese, costruì nel 1920 la
società "Kanamogi Kyoukai" introducendo l'uso di Kana e la
scrittura orizzontale da sinistra verso destra (come l'italiano) con
l' abolizione degli ideogrammi. E fece produrre a un'azienda
statunitense un prototipo di macchina da scrivere, dotato delle
tastiere di Kana. Si deve al suo studio la nascita della tastiere
giapponese con Kana.
D'altra parte esisteva l'opinione che il giapponese si dovesse
scrivere con alfabeti latini (Roma gi), trasmessi nel 16. secolo dai
missionari portoghesi. La società "Nihon no Romagi sya",
costituita nel 1909, sviluppa l'idea proponendo vari sistemi di
traslitterazione.
I più conosciuti sono "il modello Hepburn" e "il
modello Kunnrei".
Il primo è stato fissato nel 1885 dalla società "Nihon Romagi
kai" e si è diffuso grazie al dizionario giapponese/inglese di
James Curtis Hepburn (1815-1911). La caratteristica del modello è che
descrive la pronuncia originale basandosi sulle consonanti inglesi e
le vocali continentali.
Invece, il secondo è proviene dal modello Nippon, proposto dal fisico
Aikitsu Tanakadate (1856-1952), che si è associato con gli altri
"Nihon no Romagi sya". Poi, i principi di questo sono stati
adottati dalle regole fissate dal Governo giapponese nel 1937 e
rinnovate nel 1954, è chiamato di solito "Metodo Kunnrei".
Anche lo standard internazionale,"Documentation -- Romanization
of Japanese"(3602:1989) di ISO segue il Kunnrei.
Per chi sa già la lingua è più semplice applicare questo che
riflette la struttura grammaticale del giapponese. Tutti i caratteri
della colonna "TA" vengono trascritti sempre in una
combinazione con la T e una vocale (A,I,U,E,O). Perciò la CHI (per il
)
nel Hepburn (in italiano si pronuncia come "ci" di
"città") viene scritto TI nel Kunnrei, FU (per il )
nel primo diventa HU nel secondo.
Diamo importanza alla pronuncia dei caratteri latini oppure alla
coerenza grammaticale giapponese ?
Comunque, per la mancanza di un metodo completo, la situazione è
rimasta confusa fino a oggi, e persino tra gli uffici pubblici non
sono unificate le regole per la trascrizione.
In questo sito, i termini giapponesi si traslitterano principalmente
secondo le tabelle seguenti :
|
Trascrizione della tabella I
|
wa
|
ra
|
ya
|
ma
|
ha*
|
na
|
ta
|
sa
|
ka
|
a
|
|
|
ri
|
|
mi
|
hi
|
ni
|
ci
|
shi
|
ki
|
i
|
|
|
ru
|
yu
|
mu
|
fu
|
nu
|
tsu
|
su
|
ku
|
u
|
|
|
re
|
|
me
|
he*
|
ne
|
te
|
se
|
ke
|
e
|
|
wo*
|
ro
|
yo
|
mo
|
ho
|
no
|
to
|
so
|
ko
|
o
|
|
Questa tabella, "Goguuon", si legge da destra a sinistra,
dall'alto verso il basso.
Ogni colonna e riga è chiamata con la lettera iniziale, perciò TE si
trova nella colonna TA; e nella righa E.
Il carattere isolato a sinistra è l'unico senza vocale che si
pronuncia N, ma scriverei come NN per distinguerlo da quelli della
colonna NA. Perciò HANIWA ( )
si pronuncia HA-NI-WA, invece di HA-N-I-WA. Poi, HANNI ( )
si pronuncia come HA-NN-I.
Poi, dobbiamo ricordarci che alcuni caratteri (con il segno * nella
tabella) cambiano la loro pronuncia nel ruolo di particella: HA ( )
diventa WA, e HE ( )
perde la sua consonante diventando E. Inoltre, WO ( )
si pronuncia sempre O.
A proposito del suono, quello della R non esiste nel giapponese
moderno, ma degli esperti di linguistica dicono che la consonante
della 9. colonna da destra assomigli più alla R (forse inglese) che
alla L. Però, personalmente mi sembra molto diversa la R forte
italiana dalla pronuncia originale.
Consonanti sonore e semisonore
|
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Trascrizione della tabella II
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pa
|
ba
|
da
|
za
|
ga
|
|
pi
|
bi
|
gi
|
gi
|
ghi
|
|
pu
|
bu
|
zu
|
zu
|
gu
|
|
pe
|
be
|
de
|
ze
|
ghe
|
|
po
|
bo
|
do
|
zo
|
go
|
|
Consonanti composte
|
Trascrizione della tabella III
|
rya
|
mya
|
hya
|
nya
|
cya
|
sya
|
kya
|
|
|
|
ryu
|
myu
|
hyu
|
nyu
|
cyu
|
syu
|
kyu
|
|
|
|
ryo
|
myo
|
hyo
|
nyo
|
cyo
|
syo
|
kyo
|
|
|
Trascrizione della tabella IV
|
pya
|
bya
|
gya
|
gya
|
ghya
|
|
|
|
pyu
|
byu
|
gyu
|
gyu
|
ghyu
|
|
|
|
pyo
|
pyo
|
gyo
|
gyo
|
ghyo
|
|
Suoni assimilati
Il carattere TSU e quelli della colonna A possono essere scritti
piccoli rispetto gli altri. In questo caso viene raddoppiata la
consonante che segue subito dopo. Ad esempio, la parola
si pronuncia e scrive RIPPA.
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