Storie di “Shōtō”- (parte 6)

Vicende tratte dalla Autobiografia di Gichin Funakoshi

La nascita del Karate

Gichin Funakoshi (船越 義珍 Shuri, 10 novembre 1868 – Tōkyō, 26 aprile 1957)

Non vi sono testimonianze scritte sulla storia del Karate dal momento che la maggior parte della tradizione marziale è stata tramandata oralmente.
Molte delle vicende antiche che si raccontano sono per lo più arricchite con fantasiose leggende e alla fine non si riesce a distinguere il confine tra la fantasia e la reale storia dell’arte marziale. Durante i primi anni dell’era Meiji, la pratica del karate viene proibita dal governo. Ufficialmente non vi sono istruttori professionisti né tantomeno Dōjō dislocati nell’isola.

In realtà ci sono maestri che in segreto insegnano a pochissimi allievi, ma per vivere comunque sono costretti ad avere un impiego che non sia insegnare Karate. Lo stesso Funakoshi è l’unico allievo del maestro Azato e uno dei pochissimi del maestro Itosu. Inoltre non vi sono testi scritti riguardanti la parte tecnica della pratica, con grande rammarico dello stesso Funakoshi.

Egli è solito ascoltare, con grande bramosia di conoscenza, entrambi i suoi maestri, quando raccontano le antiche vicende storiche tramandate. Narrano che lo stesso Napoleone riporti l’esistenza di un regno in oriente dove la gente non possiede alcuna arma. Non possiamo sapere però se si riferisca realmente all’arcipelago delle Ryūkyū con particolare riferimento ad Okinawa, o di un altro luogo. 

Storicamente sono stati fatti due divieti di possedere armi. Il primo divieto avviene quando  le Ryūkyū sono governate dai “Regni delle tre montagne”:  Chūzan, Nanzan e Hokuzan. Siamo nel secolo XV, ed  il re di Chūzan, riuscendo ad unificare i tre regni con capitale Shuri, promulga l’ordinanza di divieto assoluto di possesso di qualsiasi tipo di arma.

Successivamente nel 1609 le Ryūkyū vengono minacciate dall’invasione da parte del Daimyō di Satsuma. Il re in carica si vede costretto ad armare un esercito per tentare di respingere tale invasione. Questi guerrieri armati in tutta fretta, si dimostrano molto agguerriti e coraggiosi, contro quelli del Clan Satsuma, che sono temuti per essere degli eccellenti combattenti. Dopo qualche vittoria iniziale, l’invasione è però inevitabile ed il re delle Ryūkyū si vede costretto ad arrendersi a Shimazu.

Proprio lo stesso Shimazu bandisce nuovamente il possesso di armi nelle isole conquistate. Molti abitanti privati nuovamente della possibilità di difendersi con armi, inizia segretamente a praticare tecniche di auto difesa dove le sole risorse sono le game e le braccia. Molti di loro appartengono anche alla  classe “Shizoku” (士族 le famiglie dei guerrieri). In conseguenza dei rapporti commerciali che le isole nei secoli precedenti avevano allacciato con la Cina meridionale, la supposizione più ovvia è che il “Kempō” cinese sia stato gradualmente introdotto nelle isole. 

Dapprima è conosciuto come “Okinawa Te” (in dialetto di Okinawa Tūdi, Uchinādi) piuttosto che “Kara Te” (“Kara” inteso come “cinese”). Lo stesso Funakoshi pensa che le due cose siano ben distinte. Considera l’Okinawa Te come l’arte da combattimento okinawese, mentre karate la boxe cinese.

La pratica avviene in clandestinità ed il Clan Satsuma, per timore che gli abitanti pratichino discipline di difesa, invia regolarmente ispettori a riscontrare che il divieto venga tassativamente rispettato. La clandestinità della pratica viene così talmente radicata nella cultura di Okinawa che continua anche molto oltre il divieto effettivo. Le stesse danze folkloristiche, che apparentemente nulla hanno a che fare con tecniche di difesa, utilizzano spesso movimenti tipici del karate, tanto è la volontà di confondere le autorità. Lo stesso Funakoshi nota che tali danze differiscono decisamente da quelle delle altre isole giapponesi. Le gambe e le braccia vengono utilizzate più energicamente come fossero vere e proprie tecniche  di combattimento, in più iniziano e terminano con il saluto proprio come se si trattasse di un kata.  

Per lunghissimo tempo le genti di Okinawa considerano la loro isola come un luogo dove vengono rigidamente rispettate tutte le etichette, tra queste la cortesia del saluto.  La cancellata di fronte al Castello di Shuri  è chiamato “Shurei no Mon” (守礼門) il cancello della cortesia. Tale castello diventa tesoro Nazionale durante l’era Meiji e distrutto nella battaglia di Okinawa durante la seconda guerra mondiale. Viene ricostruito successivamente esattamente nello stesso posto.

Il concetto della Cortesia è molto importante per Funakoshi poiché l’essenza del karate viene riassunta nelle parole “Il karate comincia e finisce con la cortesia”, che non è altro che il primo dei venti precetti dell’arte: Shōtō Nijū Kun – i venti precetti del karate Shōtōkan.

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