La dimensione Maai


Secondo i dettami del Budō, Maai e Hyoshi si amalgamano perfettamente nella bidimensionalità dell’arte

La vittoria nel Budō consiste nel vincere attraverso la pluridimensionalità delle componenti: Maai, Hyoshi e Yomi.
Per quanto concerne Maai e Hyoshi, queste sono strettamente correlate poiché coinvolgono un ambito fisico, Yomi invece mistico.
La parola Maai alla lettera si traduce con distanza, sia spaziale che temporale. Hyoshi come ritmo in termini di cadenza di movimento. Nella pratica, secondo i dettami del Budō, Maai e Hyoshi si amalgamano perfettamente nella bidimensionalità dell’arte lavorando poi con la terza dimensione mistica di Yomi.


In epoca feudale si dà una grandissima importanza al concetto di distanza per determinare l’esito del combattimento. Per un guerriero armato di spada, è fondamentale valutare la corretta distanza dall’avversario. Capita di rimanere disarmati di fronte ad un avversario armato; la tecnica di “Muto” (Mu si traduce senza, To sciabola) consiste appunto nella difesa in questa particolare situazione. Di fatto consiste nel riuscire ad afferrare l’arma dell’avversario per rovesciare la situazione. In questo caso, quando si è costretti a combattere a mani nude contro un’arma, la valutazione della distanza diventa di primaria importanza. Avere una padronanza del concetto di Maai , rimanere anche solo a distanza di pochi centimetri dall’arma per non essere colpiti è fondamentale. Tale tecnica ha il suo parallelo nelle arti da combattimento a mani nude, nel maestro anziano e oramai debilitato fisicamente che vince facilmente gli allievi più giovani e prestanti.


Rimanendo nell’ambito del combattimento a mani nude, le distanze si modificano in accordo con i movimenti di ciascuno ed in base a ritmi di allontanamento e avvicinamento e l’intervallo di tempo è legato allo stesso tempo da tutte le componenti.

L’intervallo temporale dipende allo stesso tempo da tutte e tre le componenti, in un certo senso si trova sulla linea di confine delle due dimensioni



Se usciamo dall’ambito del Budō, le cose cambiano. Prendiamo ad esempio l’evoluzione dello Judō, dove ci sono le categorie di età e peso. Nell’evoluzione sportiva, esso smette di essere pluridimensionale per trasformarsi in uno sport unidimensionale.
Le categorie in un certo senso sostituiscono la ”tecnica” poiché limitandoci ad un incontro sportivo, la fisicità ha un’influenza rilevante nell’esito di un combattimento perché questo è unidimensionale.


In un combattimento di Budō però “il piccolo può vincere il grande” e “l’agilità può prevalere sulla forza”. Analogamente la lunghezza delle braccia e gambe, che pur aiutando, non costituiscono una determinante nel controllo della distanza. Una persona riesce a colpire più lontano senza bisogno di avanzare col corpo, allo stesso tempo una persona più bassa è in grado di portare un colpo con Kime a partire da una distanza più breve. Inoltre la velocità di esecuzione ed il concatenamento delle tecniche, aiuta le persone basse con arti più corti.


In un combattimento sportivo, i colpi ammessi sono solo sopra la cintura, il più alto risulta chiaramente in vantaggio. In un combattimento di Budō, ogni attacco è permesso poiché è in gioco la vita e una persona più bassa può concentrare gli attacchi agli arti inferiori, più accessibili rispetto al tronco e alla testa dell’avversario, ma vietati in un combattimento sportivo.

Immaginiamo idealmente un cerchio attorno ad una persona, circa all’altezza dell’ombelico. Questo cerchio rappresenta il limite oltre il quale nessun attacco risulta valido, mentre all’interno di esso risulta efficace, quindi pericoloso.
Il raggio di questa circonferenza dipende chiaramente dalla fisicità della persona in oggetto, ma anche dalla sua perizia tecnica. Possiamo dire che si raggiunge una portata limite che risulta inferiore alle proprie capacità, ma si avvicina alla massima estensione col progredire dell’apprendimento.


Il cerchio rappresenta il limite oltre il quale nessun attacco risulta valido, mentre all’interno di esso risulta efficace, quindi pericoloso.

La dimensione di questa circonferenza diminuisce all’aumentare dell’età, ma contemporaneamente aumenta col progresso tecnico bidimensionale. Inizialmente due combattenti sono separati da una distanza superiore alla portata limite e con l’evolversi della situazione la distanza diminuisce. Ognuno ha la possibilità di violare il perimetro oltre il quale si diventa pericolosi; gli attacchi sono efficaci solo oltre la propria portata limite. Dentro questo perimetro ciascuno ha a disposizione potenzialmente di almeno una tecnica efficace di qualsiasi tipo purchè eseguita con corretto movimento e slancio. A differenza di una spada che è sempre affilata quindi pericolosa, le armi naturali lo diventano solo per un lasso di tempo estremamente breve e se le tecniche sono eseguite correttamente. In allenamento si identifica questo istante di perfetta coordinazione, forza e concentrazione con il Kiai; in questo istante la mano funziona proprio come un’arma. Il preparare un attacco, implica eseguire determinati movimenti preparatori in accordo con la propria volontà di colpire. Ogni attacco passa da una preparazione che implica in momento di vuoto, che un occhio allenato può cogliere. Siamo nell’ambito della terza dimensione e in questo momento di vulnerabilità possiamo contrattaccare e risultare efficaci, poiché agiamo nel momento vuoto dell’avversario. La distanza deve chiaramente tenere conto di questi istanti di vulnerabilità e di pericolo reale. Se un attacco viene portato in Kime, questo momento di vuoto si riduce rispetto ad un attacco portato senza utilizzare il corpo.

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