Karate e Karate Dō

Kanji “Karate Do”

Il Karate è collocato da Gichin Funakoshi nel prolungamento del Budō giapponese con una precisa volontà e non deve essere considerato esclusivamente uno sport da combattimento.

Il Budō indica l’arte dei guerrieri feudali in Giappone ed è da considerarsi non solo come un insieme di regole di “Guerra”, ma un vero e proprio modo di vivere che ruota attorno la pratica delle tecniche di combattimento e orientato ad una maniacale ricerca di perfezione. L’obiettivo tecnico quindi, in accordo con i dettami di questa filosofia, è che un solo colpo sia sufficiente a mettere fuori combattimento l’avversario.

All’inizio del XVII secolo Okinawa subisce l’occupazione da parte di un signore feudale giapponese e gli abitanti, per essere in grado di difendersi, lavorarono intensamente per migliorare le tecniche di combattimento a mano nuda.

Questo addestramento  clandestino, poichè differenziato in piccoli gruppi all’interno dell’isola, contribuisce alla formazione dei diversi stili all’interno dell’isola: Shuri-te, Naha-te, Tomorino-te. Questo a seconda del villaggio dove l’arte viene praticata, ma con Okinawa teviene designato l’intero complesso di queste tecniche.

In Giappone l’arte del combattimento a mano nuda è presente, già molto tempo prima che i maestri provenienti da Okinawa portino le loro conoscenze in questo paese. La tecnica per eccellenza di difesa a mani nude si chiama Jujitsu ed è una delle diciotto discipline praticate dai guerrieri dell’epoca classica. Con l’avvento dell’età moderna però la pratica di tali discipline subiscono un declino.

Gichin Funakoshi, appena arriva in Giappone, viene fortemente calamitato dalla cultura di questo paese. La studia intensamente e approfondisce le sue conoscenze riguardo la cultura del Budō. Ha inoltre modo di conoscere ed intrattenere relazioni e studi con Jigoro Kano, fondatore del Judō, e Hakuto Nakayama, maestro di sciabola giapponese.

La Stessa trasformazione del termine karate, riflette lo sforzo di Funakoshi per raggiungere una fusione col Budō giapponese. To de diventa prima Karate, mantenendo il significato di “Mano della Cina”. Poi viene aggiunto Jutsu (tecnica) per arrivare a Karate Jutsu, ma poiché te (mano) in giapponese significa anche tecnica, jutsu viene eliminato. In seguito aggiunge la nozione di Dō, inteso come via e cammino per arrivare a Karate Dō. Quest’ultimo segna un importante passo qualitativo nella volontà di assimilare quest’arte al Budō.

Il Budō, nel corso della sua formazione, viene permeato di Buddismo Zen, che contribuisce a definirne sia la forma mentale che la specializzazione delle tecniche. Il vuoto inteso come ricerca di uno stato spirituale è la cerniera di connessione da Budō e Zen.

L’arte marziale si identifica in una via, un sentiero che conduce alla perfezione spirituale. Lo scopo è quello di raggiungere la verità ultima mediante il risveglio Satori (悟, Satori, da satoru, “rendersi conto” in giapponese), vivendo in prima persona l’esperienza vissuta da Budda. La pratica è quindi il mezzo per perseguirlo. Funakoshi introduce la medesima concezione all’Okinawa Te, che divenne così Karate Dō.

L’integrazione nel Budō giapponese conferisce una dimensione più profonda, l’efficacia resta l’obiettivo, ma non solo questo. La pratica e il perfezionamento del corpo e dello spirito rivestono per chi pratica importanza primaria. Questo nonostante difficilmente si abbia ai giorni nostri la necessità di combattere per la vita. Funakoshi esprime questi concetti mediante i Venti Precetti del Karate Shōtō Nijū Kun (松濤二十).

Il Budō appare quindi come un valore permanente e non viene più identificato con un periodo storico ben preciso.

In occidente però questo valore si percepisce in modo differente e la pratica viene assimilata come uno sport e poiché la sua pluridimensionalità non è compatibile con un’attività sportiva, la comprensione dei sui principi avviene solo in parte.

Partiamo ad analizzare il karate inteso sia come uno sport da combattimento, sia nel significato di “tecniche di autodifesa” o Goshinjutsu.

In ambito sportivo, il risultato viene determinato indipendentemente dallo svolgimento cioè  a prescindere dal contenuto dell’incontro, il vincitore è colui che totalizza più punti. Non importa quanti punti abbia l’avversario. E’ importante che il vincitore abbia realizzato anche solo un punto più di lui. Questo significa che segnando nuovi punti è possibile rimediare agli errori commessi in precedenza.

Nel karate Goshinjutsu bisogna mantenere un atteggiamento mentale completamente differente dal concetto di punteggio. Tsugumasa Nangō nella sua opera Budō to ninshiki no riron (Budō kōgi) ( la teoria del Budō) sostiene che in combattimento se venissi attaccato e perdessi un occhio, una volta perso non si recupera più.

Nel Karate Goshinjutsu quello che conta è la sicurezza assoluta non la proporzione dei combattimenti vinti, poiché lo scopo è salvaguardare se stessi senza perdere l’occhio.

In secondo luogo, nel combattimento sportivo, i punti che contano sono solo quelli riconosciuti dagli arbitri, per cui la pratica di tale disciplina predilige solamente le tecniche riconosciute dall’arbitraggio, quelle di fatto visibili e non considera quelle che realmente sono efficaci.

Nel Karate Goshinjutsu non c’è arbitro e l’addestramento prevede anche tutte quelle tecniche ai punti vitali che possono produrre anche lesioni gravi, persino la morte, lo scopo è rimanere vivi.

Al contrario nel Karate sportivo queste tecniche pericolose non si possono assolutamente utilizzare  ( occhi, genitali, ginocchia ecc.) poiché, non solo non sono utili ai fini del punteggio, ma portano alla squalifica. Nel Goshinjutsu non esiste squalifica, tutte le parti del corpo possono essere oggetto di attacchi e ogni colpo deve considerarsi definitivo. Questo è il concetto basilare del karate Goshinjutsu, che considera ogni attacco mortale e ogni errore può significare la morte. Quindi il Karate che si realizza sotto forma di Budō è questione di vita o di morte, la vittoria significa la sopravvivenza e la sconfitta la morte.
Il karate sotto forma di combattimento sportivo non è in alcun modo relazionato al concetto di vita o di morte ma solo di chi ottiene la vittoria realizzando più punti.

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