Il Percorso di Egami (parte2): l’efficacia dello tsuki

Shigeru Egami (1912–1981)

Shigeru Egami dopo anni di pratica, si rende conto di aver sbagliato tutto e di deviare dalla vera essenza di Karate, rimette in discussione i fondamentali e arriva a due conclusioni: lo tsuki non è efficace e il makiwara è dannoso.

Shōzan Kuboda, più giovane di lui di pochi anni al Dōjō Shōtōkan, sostiene che la tecnica di tsuki del Maestro Egami è assolutamente perfetta. Tutti gli allievi lo prendono ad esempio nell’eseguire la tecnica dello tsuki, in quanto Egami è in assoluto il miglior allievo di Gichin Funakoshi.

Nonostante questa eccellente reputazione, egli però è sempre tormentato dalla reale validità delle sue tecniche di pugno. Effettua svariati tentativi di rottura con diversi materiali; utilizza tavole di legno, mattoni e tegole. Il dubbio sull’efficacia effettiva sul corpo umano rimane perché non ha mai colpito un uomo veramente e considera il corpo di un uomo resistente più di quanto di creda.

Con queste parole Egami descrive le sue incertezze:

«Sono stato colto da un dubbio sull’efficacia del mio tsuki e quando ho pensato “il mio tsuki forse non è efficace”, sono stato preso da un grande angoscia. Ho posto la domanda a varie persone e ad amici karateka. Gli uni dicevano che è certamente efficace, e gli altri, che questo non è certo. In ogni caso nessuno diceva che lo  tsuki del karate fosse assolutamente efficace. Tuttavia la maggior parte delle persone dicevano che esiste uno tsuki che uccide con un solo colpo, cosa che, di fatto, è la ripresa di un luogo comune tradizionale del karate. Mi sembrava che ripetessero semplicemente quello che avevano sentito, o che credessero ciecamente, o tentassero di credere, nell’efficacia del karate, soffocando i dubbi e le angosce che erano in fondo al loro pensiero. E’ evidentemente difficile provare l’efficacia contro il corpo umano. »

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

Affichè un pugno sia realmente efficace, deve impegnare la forza con la giusta cadenza. In una situazione di combattimento reale, capita che qualche colpo sia sufficientemente efficace, ma comunque lontano dallo “tsuki che uccide con un colpo solo”. In ogni caso Egami si rende conto che nella pratica condotta sino a quel momento, un karateka esegue lo tskuki in modo diverso a seconda che si tratti di kihon, kata o kumite e quando capita che uno tsuki risulti efficace, questo è dovuto sostanzialmente al caso.

Dice sempre Egami:

«Ho voluto sapere se il mio tsuki fosse veramente efficace o no, e come bisognava fare per ottenere uno tsuki efficace. Ma non potevo provare su qualcuno. Non avevo che una soluzione: invitare persone di ogni genere a colpirmi con tutta la loro forza sul ventre per studiare la qualità del colpi. Ho ricevuto colpi da karateka, di pugile, di kendoka, di judoka ecc… Il risultato di questa ricerca è stato desolante, poiché ho dovuto constatare che lo tsuki del karate era il meno efficace. Ho dovuto riconoscere una cosa sconvolgente: più una persona aveva praticato a lungo il karate, più l’aveva praticato con serietà, meno il suo tsuki era efficace. Il colpo più penetrante era quello dei pugili».

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

Egami quindi decide di provare su se stesso l’efficacia di un colpo di pugno. Chissà se questa moltitudine di colpi ricevuti alla regione addominale non abbia contribuito ad aggravare la salute già precaria del Maestro. I suoi addominali di “acciaio” riescono a proteggere la regione gastrica sufficientemente da non causare traumi seri? Questo non ci è dato di saperlo, in ogni caso Egami evidenzia problemi digestivi sin da bambino e dopo la quarantina lo stato di salute peggiora. E’ probabile che colpo dopo colpo, nonostante non abbia conseguente sul momento, microtraumi alla regione addominale si accumulano fino a minare la salute degli organi interni.

Continua Egami:

«Per dominare la preoccupazione di essere inefficace, ho ricercato diversi modi di tirare uno tsuki, e ho finito per concludere che la tecnica nel karate deve implicare una concentrazione. Innanzitutto, ho cominciato col concentrare la forza fisicamente in un solo punto di impatto. Nel corso dell’esecuzione di attacchi e parate, ho cominciato a concentrare la forza sul punto sul quale tocco il corpo dell’avversario. Nel corso di questa ricerca, ho capito che il problema della concentrazione non deve limitarsi alle leggi fisiche, e che la cosa più importante è la concentrazione mentale. »

«Mentre mi ponevo questi interrogativi, ho capito una cosa. Fino al allora avevo praticato il karate con un’illusione fondamentale: confondevo la durezza della forza e perseveravo nell’indurire il corpo pensando di ottenere più forza, quando invece indurire il corpo equivale a bloccare il movimento. Questo è un errore fondamentale. Ho dovuti allora cominciare con il massaggiare e sciogliere il corpo, che avevo indurito nel corso di tanti anni di sforzi».

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

Egami con queste parole ci descrive la sua netta presa di posizione  riguardo una durezza che è solo apparenza e porta a bloccare il movimento e rende il colpo meno efficace. Riparte da principiante abbandonando tutto ciò che aveva acquisito sino a quel momento. Prende come obiettivo “forme e movimenti ingenui e spontanei, ricordando le parole del suo Maestro Gichin Funakoshi che sosteneva di “non andare mai contro natura”. Con questo atteggiamento realizza che il suo colpo di pugno è più efficace e da qui comincia il suo vero allenamento

«Un vero colpo mortale è una concentrazione di forza in un solo punto. In altri termini: versate la totalità del vostro essere nel corpo dell’avversario . L’efficacia, quindi cambierà mediante lo stato di spirito. Non si tratta di colpire come un ladro, che è la cosa più spregevole: bisogna acquisire uno tsuki naturale».

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

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Leggi anche: “Il Percorso di Egami (parte3): il makiwara è dannoso
Leggi anche: “Il Percorso di Egami (parte4): la nuova strada ”
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Bibliografia:

Kenji Tokitsu., Storia del Karate – La via della mano vuota, Milano, Luni Editore, 2001.

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