Il Percorso di Egami (parte1): gli errori

Shigeru Egami (1912–1981)

Shigeri Egami descrive con queste parole il suo percorso e la sua presa di coscienza della pratica di un’arte che nel tempo ha deviato dalla sua vera essenza: 

«Un giorno della mia giovinezza mi sono perso, ho abbandonato questo sentiero e mi sono trovato in un labirinto… Ci ho messo del tempo a capire questa situazione e, per tornare sulla buona strada ho dovuto attraversare un periodo penoso e difficile. Quando mi sono ritrovato sulla buona strada, avevo già più di quaranta’anni. Ma ritrovarmi in una giusta via mi ha riempito di gioia, e da quel giorno ho potuto far fronte a tutti i tipi di difficoltà e sono arrivato in ogni caso fino all’ultimo punto del sentiero che il mio Maestro aveva tracciato. Non bisogna mai aver fretta, è la lezione che ho tratto dalle mie esperienze…»

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

Nel 1936  gli allievi si riuniscono attorno alla figura del Maestro Yoshitaka Funakoshi per costruire lo Shōtōkan. I due Maestri Funakoshi, padre e figlio, sono molto orgogliosi del loro “Honbu Dōjō”.

Tra il 1937 e il 1938 Egami ha terminato da poco gli studi e si allena durante il giorno al dōjō dell’Università e la sera al Honbu Dōjō Shōtōkan. Racconta di un aneddoto accaduto una sera al Dōjō Centrale dove nel tentativo di esecuzione del fumikomi durante lo studio del kata tekki, colpendo con sokutō il parquet in modo troppo iruento, rompe in due una delle assi di legno. Egami, preso atto della situazione, con molto imbarazzo prova a scusarsi con il giovane maestro Yoshitaka.
Racconta così Egami l’accaduto:

«Vedendo il parquet, lancia un’esclamazione:

«”Oh, è straordinario! Si direbbe che sia stato tagliato, non rotto. Per il parquet non è grave, è sufficiente farlo riparare”.

«Anziché farmi un rimprovero, egli è piuttosto elogiativo nei miei confronti e mi incoraggia. Interiormente sono fiero e contento. E’ in quel momento che mi accorgo della presenza del vecchio Maestro (Gichin).

«”E’ lei, Egami, che ha rotto questo parquet?”

«”Sì, Maestro, le chiedo scusa”.

«Chiedendogli scusa, penso dentro di me che si congratulerà con me.

«”Mi segua”.

«Lo seguo nella sua camera al primo piano. Seduto di fronte al Maestro, sono un po’ preoccupato. Dopo un momento di silenzio il Maestro dice:

«”Egami, lei ha fatto ancora una cosa del genere. Il vero allenamento non deve essere ciò che lei ha fatto. Nell’allenamento di un tempo, non facevamo cose così brutali. In un vero allenamento, bisogna posare una porta di shōji (intelaiatura di legno su cui è steso un foglio di carta) sul suolo, e versarci sopra dell’acqua. Si alleni su questo foglio senza strapparlo e si sposti senza rompere le fini armature di legno pur esercitandosi alle tecniche con potenza. Capisce perché e cosa dobbiamo ricercare nella tecnica?”

«Ecco un prezioso insegnamento che ho ricevuto dal mio Maestro».

di Shigeru Egami
Tratto da “Storia del Karate”- Luni editore

Egami nel tempo si convince di aver commesso troppi errori nel praticare il karate. Come lui stesso afferma, scopre il karate verso il 1924 quando comincia a frequentare il liceo. Ma è solo qualche anno dopo, quando entra all’università che comincia seriamente la pratica. Non sono più gli allenamenti del suo Maestro Funakoshi quando costretto ad allenarsi di nascosto la notte, sono faticose ripetizioni e allenamenti sotto sforzo.

Questo tipo di pratica però appaga il giovane Egami, perché gli permette di rafforzare il corpo e lo spirito combattivo. E’ un allenamento solo superficiale; si allena nei colpi di pugno, nei calci con la ferma volontà di diventare sempre più forte.

Col tempo capisce il limite di questo tipo di allenamento e lo conduce gradualmente ad una riflessione che lo porta a considerare i limiti dell’uomo e della forza fisica. Chi è debole riesce a diventare forte, chi è forte lo diventa ancora di più, ma vi è un limite umano che non si riesce ad oltrepassare.

Egami sin da giovane si allena duramente sia nei combattimenti liberi, sia con un makiwara modificato in modo che sia più solido. Così si rende conto di aver sbagliato tutto e di deviare dalla vera essenza di Karate, è necessario intraprendere una nuova via.

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Bibliografia:

Kenji Tokitsu., Storia del Karate – La via della mano vuota,Milano, Luni Editore, 2001.

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